La storia della cassiera peruviana della Esselunga, costretta a farsi la pipì addosso perché nel supermercato non si può andare al bagno, che dopo la sua denuncia è stata aggredita nello spogliatoio, è una tipica storia dei nostri tempi. Da un lato c’è un'impresa con un padrone brianzolo, Bernardo Caprotti di Albiate, un tiranno che nemmeno i figli sopportano più e che a 82 anni suonati continua a comandare in modo dispotico un’azienda fatta a sua immagine e somiglianza. Dall'altra i suoi dipendenti stanchi di venire vessati in modo assurdo. Caprotti è un reazionario che si dice “antifascista”. Uno dei tanti. La sua autobiografia sintetica è contenuta nel libro “Falce e carrello” (scritto nel 2007 per denunciare lo strapotere delle Coop e recensito in modo entusiasta da Il Cittadino), dove si legge: “Da mio padre e da mia nonna Bettina ho imparato il culto della libertà, dell’indipendenza e la passione per le visual arts, architettura, pittura, grafica, e... l’ossobuco fatto con un’ombra di acciuga. Mia madre, francese, e mia nonna, alsaziana, mi trasmisero l’inclinazione per la musica e per Molière, l’avversione per les Boches (così venivano chiamati i tedeschi fin dai tempi di Luigi XIV) ed il culto dei soufflé. Se l’Esselunga è quello che è, forse lo si deve anche a questo”. Ma se è così non si capisce proprio come in un’azienda nata dal “culto della libertà” possa essere stata maltrattata e umiliata in quel modo una madre di famiglia di mezza età, solo perché chiedeva l'elementare diritto di andare al bagno per i suoi bisogni, come tutti gli esseri umani.