Stipendi da fame, grande fuga degli infermieri Lasciano la Lombardia alla volta del Canton Ticino

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da il giorno

di ROSSELLA MINOTTI
— MILANO —
EMERGENZA INFERMIERI in Lombardia. Più o meno grave, comunque destinata ad aggravarsi negli anni, visto che in regione potrebbe andare in pensione un infermiere su dieci, senza essere rimpiazzato; sono 5.142 infatti gli infermieri iscritti all’albo regionale che hanno superato i 55 anni. E per giunta molti sono quelli che, dopo essersi formati qui, preferiscono o tornare al Sud o lavorare in Svizzera, dove lo stipendio è quasi il doppio. Secondo l’Ipasvi (l’Ordine professionale degli infermieri) in Regione ne mancherebbero già 8.000, di cui 4.000 a Milano e provincia. Più bassi i numeri per la Regione Lombardia: ne mancherebbero solo 2.700. Ma per la Lega Nord serve un contratto regionale.
«Il tema va discusso con la massima urgenza — dice l’assessore alla Sanità Luciano Bresciani —, posso confermare che stiamo lavorando duramente con logiche di strategia e non di tattica fine a se stessa. Si tratta comunque di un tema molto ampio che investe le politiche nazionali e quelle regionali, e va portato alla conferenza Stato-Regioni. Ho già chiesto al ministro Fazio la collaborazione dei ministeri cooperatori nell’ambito della formazione del nostro personale sanitario».
I numeri dicono infatti che, a fronte dei 2.600 posti chiesti dal Pirellone per la formazione nei corsi universitari, da Roma, ossia dal ministro Gelmini, ne sono stati concessi solo 1.700.

«CHE MOLTI infermieri varchino la frontiera non è una novità — conferma il direttore generale della Sanità lombarda Carlo Lucchina —, anche se la situazione va migliorando con l’aumento del numero di posti per le lauree brevi. Di fare un contratto regionale se ne parla da tempo, anche se abbiamo il vincolo dei contratti nazionali». In effetti due anni fa, con un accordo, la Regione concesse un incentivo di 120 euro agli infermieri a fronte della rinuncia a trasferirsi in Svizzera.
Quello degli infermieri che varcano la frontiera è un problema storico, anche se secondo il direttore generale dell’ospedale Sacco, Alberto Scanni «la situazione è sotto controllo». Anche perché, sottolinea la direttrice sanitaria Patricia Crollari, «il Sacco è un polo universitario ed è anche sede di laurea infermieristica, da cui reclutiamo molti dei nostri. Certo c’è il problema del turn over, degli stranieri che si dimettono molto in fretta. In genere a fronte di un bando per 25 posti, per un motivo o per l’altro riusciamo a reclutarne solo la metà».

CERTO LA SVIZZERA, che quanto a spesa sanitaria è il secondo paese in Europa, paga molto bene. Al mese 2.500 euro, invece dei 1.300 dell’Italia. E le gabbie salariali invocate da Bossi insieme al federalismo, non si vedono all’orizzonte. Così nel Canton Ticino un infermiere su tre arriva dalla Lombardia, in particolare dalle province di Varese e Como, le più vicine al confine.
A noi le spese della formazione, ad altri l’opportunità di goderne i frutti. In regione ci sono 5,7 infermieri ogni mille abitanti, in Italia 6,9 e in Europa 8,9. Meglio correre ai ripari prima di dover chiudere gli ospedali.

«Lo credo che vanno in Svizzera»
di ENRICO FOVANNA
— MILANO —
POCHI sì e malpagati. «Ecco perché scappano in Svizzera. Qualche anno fa abbiamo fatto anche un volantino ironico con la polizia elvetica che li respingeva alla frontiera, tanto erano numerosi. Lì, guadagnano più del doppio, almeno tremila euro al mese».
Infermiere da 28 anni all’ospedale San Carlo di Milano, Nicola Fortunato è anche segretario provinciale del Nursind, forse il più giovane dei sindacati alla partita, nato 10 anni fa e già parecchio attivo, a fianco delle sigle tradizionali, nel monitorare il disagio e i problemi della categoria.
Manca personale dunque?
«Sì, ma il problema chiave è la mancanza di figure che dovrebbero affiancare l’infermiere, come gli operatori socio sanitari (Oss) o gli operatori tecnici addetti all’assistenza (Ota). Sono pochi e mal gestiti, e spesso spariscono dai reparti, finendo in ufficio. Il loro ruolo dovrebbe essere invece quello dell’assistenza di base ai pazienti, invece lo fa l’infermiere».
Voi cosa fate dunque?
«Quello che si faceva trent’anni fa. Quando però era un lavoro diverso. Dal ’99 siamo diventati professionisti della sanità, in teoria però, perché continuiamo a fare le stesse cose di prima, anche se abbiamo dovuto specializzarci e studiare. Io, per esempio, ho due master, in coordinamento e nel 118, che però mi servono a poco».
E lo stipendio?
«Siamo sui 1.400 euro al mese, che già comprendono le indennità per le notti o la terapia intensiva, chi lavora in medicina guadagna anche meno. L’esodo verso la Svizzera è una storia vecchia. Lì, oltre a guadagnare meglio, sono più considerati a livello sociale. Siamo laureati, ma se un ragionerie mette la sigla sulla targhetta, ci sta, se lo facciamo noi, ci ridono dietro».
Come uscirne?
«Abbiamo chiesto per esempio dei camici con colori diversi. Ci hanno dato solo una striscettina minuscola. I pazienti non sanno distinguerci da tutti gli altri operatori. Oss, ausiliari... Servono poi una maggior tutela della sicurezza, nei pronto soccorso, adeguamenti salariali, personale di supporto. Corsi in ospedale, convitti per pendolari. E poi vorremmo che la Regione sbloccasse l’indennità dell’articolo 40: 1,4 milioni di euro, finiti in un fondo e irrintracciabili. Ma per ora è un muro di gomma».

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