La porno-ndrangheta. Night clubs e agenzie di investigazione

Porno e annullamento matrimoni, gli altri affari della ’ndrangheta

tratto da linkiesta

di antonello mangano

REGGIO CALABRIA – Il boss non ne può più del “pinguino”. Non sa cosa fare. Mandarlo al confino o metterlo da parte? «Siamo svergognati per questo mondo e per l'altro», dice sconsolato. L’uomo chiamato “pinguino” è in realtà Giuseppe Squillace. Secondo i magistrati sarebbe il gestore di fatto del “Femina”, il “primo night club” della Calabria. Un improbabile edificio immerso negli uliveti secolari tra Polistena e Cinquefrondi, a un passo dall'Aspromonte, nel cuore del reame ‘ndranghetista.

Si tratta di un locale porno, come chiarisce un sito web grossolano ma inequivocabile. I servizi offerti? “Lesbo show”, addio al celibato e nubilato, topless bar, ristorante dell’eros. La home page è insinuante: “Prenota la tua serata in dolce compagnia a bordo di una limousine”. Le foto delle “sexy star” non lasciano spazio all’immaginazione (“Scalda le tue notti...”). Qualche settimana fa, nell’ambito dell’operazione “Scacco Matto”, il Tribunale di Reggio ne ha chiesto il sequestro preventivo del locale perché riconducibile ai Longo di Polistena. Le ragazze, infatti, dormivano in uno stabile di proprietà della ‘ndrina.

È passata sotto silenzio la svolta “storica” della criminalità calabrese, che nell’immaginario collettivo è composta da feroci ma austeri signori ancorati a un’idea tradizionale della famiglia e della donna. «Invece non è la prima volta che sequestriamo locali del genere», ci spiega Michele Prestipino, magistrato della Dda reggina. «Basta vedere cosa gestiscono a Roma e a Milano. Milano è piena di questi locali. La novità è che questo posto si trova a a casa loro».

Vincenzo Longo è accusato dagli investigatori di essere il boss della ‘ndrina che controlla Polistena, un paese nel cuore della Calabria meridionale. «Venite venite, ha fatto il manifesto in tutto il paese, venite, se volete privè, telefonate al tre quattro sette zero...». Longo racconta ai familiari della pubblicità del “Femina” e commenta: «Qua siamo svergognati per questo mondo e per l’altro». «Uno schifo», conferma la moglie. «Tutto il paese è bandierato di queste cose».

Un danno d’immagine enorme nei piccoli paesi rurali (“questo mondo”) e nella consorteria ‘ndranghetista (“l’altro mondo”). Bisogna dirlo a “Nasca”, un altro affiliato, affinché intervenga. E soprattutto il capo ci tiene a far sapere di essersi “estraniato, in tutto e per tutto”. “Voce di popolo, voce di Dio”, conclude. I vertici si riuniscono e discutono sul da farsi. “Si deve assettare in un angolo”, propone Francesco Longo. Dopo quello che ha fatto, il “pinguino” deve sedersi, mettersi da parte.

Conflitto tra vecchia e nuova mafia? La spiegazione sembra ovvia. Siamo di fronte a un conflitto tra giovani aperti alla “modernità” e vecchi tradizionalisti. Una riedizione aspromontana del Padrino, con qualche decennio di ritardo. Ma Prestipino ci offre una chiave di lettura completamente diversa: «Si tratta di un atteggiamento ipocrita», spiega. Infatti ormai i boss gestiscono ogni tipo di locale, anche il più equivoco, ma non in Calabria. «A casa propria l’organizzazione deve tenere conto del consenso delle persone», ci dice il magistrato. «Se assume iniziative, e queste iniziative non vedono il favore della popolazione, questo incide sul consenso. A Milano questo problema non c’è, le persone hanno un atteggiamento diverso».

E infatti l’argomento del contendere non è il tipo di attività, ma il modo di pubblicizzarlo. Una modalità appariscente e volgare può attirare lo scherno della gente comune (“voce di popolo, voce di Dio”) e il disprezzo dell’organizzazione. «Il disdoro per rapporto osmotico colpisce l’intero aggregato associativo al punto da indurre Longo a prendere pubblicamente agli occhi della intera società ‘ndranghetistica le distanze dall’operato dello Squillace», commenta il gip Tommasina Cotroneo.

Se da un lato il “Femina” rischia di rovinare le famiglie dei paesini calabresi ai piedi dell’Aspromonte, dall’altro la “Lynx” si occupa di riportare i divorziati nell’alveo della Chiesa. Un altro servizio integrato dei Longo, almeno secondo i magistrati. L’altra ditta sequestrata nell’ambito della stessa operazione si occupa di investigazioni e nullità matrimoniali. «Da sempre queste situazioni sono state oggetto di speculazioni anche esagerate, un mio amico ha speso 30 milioni delle vecchie lire per una causa durata circa 9 anni», spiegano dal loro sito web. Ma grazie a una dottoressa in diritto canonico, avvocato presso il Tribunale Ecclesiastico, si potrà ottenere la nullità del matrimonio a un prezzo modico. Un servizio molto richiesto nei piccoli centri, dove la separazione è un piccolo scandalo perché non permette di risposarsi in chiesa.

Il night club offre spunti per l’analisi antropologica, ma quest’ultima vicenda è ben più inquietante. Se le accuse saranno confermate, sapremo che in un pezzo di territorio italiano la ‘ndrangheta annulla i matrimoni con la benedizione della Chiesa e pedina le persone con l’autorizzazione dello Stato. Tra i servizi offerti, infatti, l’agenzia offriva il tracciamento di “automezzi e persone per giorni interi o settimane, fornendo alla fine del servizio informazioni dettagliate sugli spostamenti del mezzo di trasporto inclusi i luoghi, gli orari, le località e le durate delle fermate”. Il tutto con l’autorizzazione governativa n. 23476W, come tutte le ditte del settore.