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"Gli irriducibili - Storie di irriducibili mai pentiti" : è il libro appena uscito di Pino Casamassima (editore Laterza): racconta la storia di militanti del partito armato - da Curcio fino agli ultimi epigoni - che non hanno mai rinnegato le loro scelte. Pubblichiamo un estratto
di Pino Casamassima da il Giorno
SPECULARMENTE alle figure del pentito e del dissociato viene creata quella dell’irriducibile: il mostro irrecuperabile che non solo non abiura ma che sarebbe pronto a ricominciare appena uscito di prigione. Quasi prototipi di questa categoria sono Maurizio Ferrari e Cesare Di Lenardo. Nel caso di Ferrari, la sua “irriducibilità” è stata paradigmatica in ognuna delle situazioni vissute: all’alba della lotta armata, in carcere, fuori dal carcere. Gli anni di galera – trenta – scontati da “Mau il rosso” sono coerenti non col sangue versato (mai) ma con i reati compiuti nel corso della sua detenzione. Ciò non toglie che Ferrari non abbia ucciso solo perché non si è trovato nella situazione di dover sparare. Se quella condizione si fosse creata anche lui avrebbe sparato e probabilmente ucciso.
LA FIGURA dell’irriducibile è composta da più generazioni brigatiste: a questa categoria, infatti, appartengono sia quelli della prima ora, che i militanti delle ultime aggregazioni armate. A cambiare è solo lo scenario, un tempo composto da uno scontro che aveva nella fabbrica la sua centralità, ora dalla lotta al precariato, alla globalizzazione, la delocalizzazione, le politiche riguardanti i migranti e gli islamici. L’irriducibile non ritiene affatto conclusa la strategia della lotta armata, perché la sua sconfitta è solo riconducibile in un segmento storico di un percorso lungo ma inevitabile, che può anche contemplare una, due, più sconfitte. La resa è quindi inconcepibile. Anzi, la crisi selvaggia che sta attraversando tutto l’Occidente capitalistico è la dimostrazione palese di un sistema destinato, lui sì, a una sconfitta tanto definitiva quanto irrimediabile.
Irriducibile può quindi essere un sessantenne come un ventenne: il loro pensiero è “armato” specularmente. E questo, a prescindere dalle risposte dello Stato. Tanto da far apparire datato il primo tentativo “interno” di uscire dalla logica della lotta armata, quello datato 1987, quando, nel momento in cui la legge sulla dissociazione veniva votata, Renato Curcio, Mario Moretti, Piero Bertolazzi auspicavano un’amnistia generale senza contropartita con l’apertura della “battaglia per la libertà”.
Da questo punto di vista, l’invenzione del pentito ha avuto l’effetto di condizionare ogni dibattito, restituendo sul piano storico un’immagine falsata degli anni di piombo, perché parzializzata dalle ricostruzioni compiute attraverso “confessioni” rese sul mercato della convenienza reciproca con lo Stato. In questo senso, Oreste Scalzone può giustamente denunciare la vergogna di «una memoria mercenaria, accreditata e accreditabile con “spiegazioni necessarie”, quali quella riguardante la sorte di Moro: era necessario che i pentiti “confessassero” che le Br avevano fin dall’inizio scelto di uccidere il presidente della Dc».
SE LA RICOSTRUZIONE della storia della lotta armata attraverso i pentiti non è accettabile, le conseguenze storiografiche della dissociazione sono ancora più sottilmente inficianti, perché sul tema cardine della violenza portano a conclusioni scorrette. Soprattutto insinuano il postulato secondo il quale le pratiche di violenza (di massa, di avanguardia, semiclandestina, clandestina) sarebbero state, fin dall’inizio, impermeabili le une rispetto alle altre. Non la storia, ma la cronaca dimostra come fino a metà degli anni Settanta le azioni violente fossero largamente intrecciate e non distinguessero con chiarezza i gruppi gli uni dagli altri. Solo successivamente la lotta viene praticata clandestinamente – e in forme diverse – da chi abbraccia il partito armato, e chi, come gli Autonomi, privilegia il suo esercizio “pubblico” mediante scontri di piazza, attacchi a sedi di partito, azioni punitive, etc. senza peraltro rinunciare a pratiche svolte nell’ombra.
Senza queste semplici ma necessarie distinzioni, la storia degli anni di piombo cade in un manicheismo dozzinale, che non permette di capire i diversi “percorsi violenti”, precipitando in una notte in cui tutte le vacche sembrano nere.

