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Doveva essere la madre di tutte le liberalizzazioni. È partita male, ed è finita peggio. Alla finei farmaci in fasciaCche escono dalle farmacie sono pochissimi. La protesta delle Coop e delle parafarmacie.
di Giuseppe Vespo da l'Unità
«Un decreto anti-liberalizzazione». Così le Coop bocciano le nuove norme sulla vendita dei farmaci di “fascia C”, finora acquistati nelle farmacie tradizionali con la ricetta medica. Il governo, attraverso l’Aifa - Agenzia italiana del farmaco - ha indicato in una lista le medicine della stessa categoria (“fascia C”) che potranno essere vendute anche senza ricetta nelle parafarmacie e nei punti vendita della grande distribuzione, comequelli delleCoop appunto.
ALLE ORTICHE Si tratta di 220 farmaci che in realtà diventano 136 al netto dei doppioni. Questo perché se una stessa medicina negli anni ha ricevuto più autorizzazioni alla commercializzazione, magari perché cambiava qualcosa nelle istruzioni d’uso, nella lista dell’Aifa viene conteggiata più d’una volta. Ecco perché le Coop parla non di «230 ma al netto solo 136 farmaci vendibili. A conti fatti - stimano le cooperative - si tratta di appena il 6 per cento delle vendite della fascia C».Dunque nessuna boccata d’ossigeno per i cittadini, sostengono le Coop: «Si è gettata alle ortiche una liberalizzazione che avrebbe potuto generare una riduzione dei prezzi per un valore di 250 mln complessivi a beneficio dei consumatori». Sulla stessa linea i consumatori di Adiconsum: «Una scelta veramente antiliberalizzazioni - dice il segretario Pietro Giordano - che riporta indietro di molti anni il nostro Paese. Il nostro giudizio è negativo anche per quanto riguarda l’omologazione dei requisiti strutturali dei corner a quelli delle farmacie vere e proprie, vanificando l’operato di tanti giovani farmacisti che non provengono da famiglie farmaciste». Il riferimento è al fatto che la legge prevede che i punti vendita della Gdo e le parafarmacie abbiano gli stessi requisiti ambientali, tecnologici, di conservazione e tracciabilità dei medicinali, delle farmacie tradizionali. Annullando di fatto le differenze tra i diversi punti vendita.
Eppure «a dicembre il testo del decreto del governo lasciava intendere la liberalizzazione di tutti i farmaci di fascia C», dice Vincenzo Santaniello, direttore Innovazione di CoopItalia. «Del resto nei nostri punti vendita o nelle parafarmacie lavorano dei farmacisti laureati come quelli delle farmacie tradizionali». Poi però dal governo la palla è passata alle commissioni delle Camere e lì qualcosa è cambiato. A pesare, dicono i critici, sono i tanti farmacisti presenti in Parlamento, come il senatore Pdl Luigi D’Ambrosio Lettieri, segretario della commissione Igiene e Sanità del Senato e viceresidente della Fofi - Federazione Ordini Farmacisti Italiani - o i lobbisti dell’industria farmaceutica, praticamente libera di decidere le politiche di prezzo delle medicine da immettere sul mercato. All’elenco dei farmaci liberalizzati, va aggiunto quello dei farmaci in stand-by, ovvero che aspettano l’autorizzazione della commissione competente dell’Aifa. Sono 117 medicine. Il problema è che, proprio come i farmaci la commissione tecnico scientifica dell’Aifa è scaduta e va rinnovata.
Masui tempi non è dato sapere. «Prendiamo atto che questo governo non è stato messo in grado di agire al meglio sul versante liberalizzazioni - riprendono le Coop - da parte nostra continueremo ad impegnarci perché quanto è stato realizzato finora possa avere ulteriori sviluppi, così come ci chiedono i nostri oltre sette milioni e mezzo di soci consumatori e così come chiede il libero mercato». Mentre per Andrea Mandelli, presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti, «bisogna dare atto al ministero della Salute e all’Aifa di aver operato la scelta dei farmaci che perderanno l’obbligo della prescrizione medica con molto equilibrio, tenendo presenti le effettive necessità del cittadino in termini di automedicazione ed evitando fughe in avanti che pure qualcuno auspicava».

