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Denuncia da Lecco: «Appalto pubblico precluso alle ditte italiane»
di Claudio Del Frate da il Corriere della sera
LECCO — Capita anche questo: che a favorire l’affermazione dei paesi low cost siano degli appalti pubblici. Capita infatti che le Poste Italiane abbiano indetto un grosso bando per la fornitura delle divise ai suoi dipendenti ma dai margini economici così ristretti e dai parametri di qualità così larghi da impedire in partenza l’affermazione di qualunque azienda appartenente al sistema del «made in Italy». La denuncia arriva da Lecco, dove un gruppo di piccoli imprenditori ha segnalato (invano) l’anomalia anche al ministero dello sviluppo economico e da dove è partita un’interrogazione parlamentare sul discusso appalto, già bocciato peraltro un anno fa dall’Unione Europea. «In un momento in cui le aziende italiane avrebbero bisogno di lavorare è inconcepibile una deregulation così massiccia nelle forniture pubbliche: nessuna azienda che produce nello spazio economico europeo riuscirà a "stare dentro" ai limiti stabiliti da Poste Spa» — si lamenta Mauro Gattinoni — direttore di Confapi di Lecco. La cordata lombarda parteciperà lo stesso alla gara (la consegna delle offerte è prevista oggi) ma solo per onor di firma e per poter acquisire atti che eventualmente potranno essere impugnati in qualche sede giudiziaria.
Nel marzo del 2011 viene pubblicato un primo bando europeo in cui Poste Italiane commissiona la fornitura di 43 mila divise estive e altrettante invernali per i portalettere; il prezzo di partenza è di 107 euro per le prime e 210 per le seconde (comprensive di giacca, pantaloni, camicia, cappello e giubbotto). In totale si tratta di un commessa che si aggira attorno ai 18 milioni di euro. Viene subito fatto presente che a quei prezzi nessuna azienda europea può aspirare a vincere e la Gazzetta Ufficiale europea del 26 luglio successivo dichiara che l’appalto non è stato aggiudicato per «procedura incompleta» ma esso viene riproposto pressoché tale e quale nell’aprile scorso. «Se possibile la formulazione è stavolta peggiorata — denuncia Mauro Gattinoni — perché ai partecipanti non vengono richiesti ad esempio standard di sicurezza e certificazioni comunitarie in materia ambientale nè documenti che attestino il possesso di macchinari; in passato, ad esempio per un analogo appalto riguardante la Guardia di Finanza, questi "paletti" erano stati introdotti. Stavolta in pratica qualunque importatore di vestiario potrà partecipare alla gara (e vincerla) facendo fabbricare le divise in Cina o in Bangladesh».
Obiezione facile: perché in una stagione di spending review lo Stato italiano, per quanto attraverso delle sue società partecipate, dovrebbe spendere «ics» per garantire l’abbigliamento ai suoi postini quando in realtà potrebbe cavarsela con molto meno? «Se il criterio che governa queste gare è solo quello del massimo ribasso — replica il dirigente di Confapi—il discorso è chiuso in partenza; se invece si vogliono garantire delle norme di corretta concorrenza e rispetto di regole in materia ambientale e di lavoro, allora quel bando, per come è stato formulato non va bene. Ed è quanto avevamo scritto nelle scorse settimane al ministro Passera. Senza ottenere risposta».
Come detto, la divise dei postini italiani che potrebbero portare l’etichetta «made in China» ha attirato l’attenzione anche del Parlamento. La deputata lecchese del Pd Lucia Codurelli ha presentato un’interrogazione sul caso: «L’intervento dell’Unione Europea — scrive — che ha bloccato il primo bando, doveva offrire l’occasione per una riflessione sulla necessità di tutelare le imprese italiane ed europee, e le loro produzioni realizzate nel rispetto delle normative in tema di ambiente, sicurezza e salute negli ambienti di lavoro richieste in Europa. E stiamo attenti, perché alle porte ci sono altri due bandi per la fornitura di vestiario ai dipendenti dell’Enel e delle Ferrovie».


Comments
Anonymous replied on Permalink
e si.....
si vede che la cina fa gola a molti.... anche a ....... ????