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Muore in commissariato, indagato un poliziotto
LA DONNA, UN’UCRAINA DI 32 ANNI, SI È IMPICCATA. ERA IN ATTESA DI ESSERE TRASFERITA AL CIE DI BOLOGNA
da il Fatto quotidiano
Alina Bonar Diachuk il 16 aprile si è impiccata in una cella del commissariato di Villa Opicina (frazione di Trieste) con la cordicella della felpa usata come cappio fermato al termosifone. Aveva 32 anni, doveva essere accompagnata al Cie di Bologna ed era in attesa di espulsione, nonostante i suoi familiari abitassero a Milano. Un caso non del tutto chiaro, tanto che le indagini, portate avanti dal pubblico ministero Massimo de Bortoli, hanno coinvolto il responsabile dell’ufficio immigrazione e vicequestore di Trieste Carlo Biffi, ora indagato per omicidio colposo e sequestro di persona. Sono anche emersi i contenuti delle perquisizioni fatte dalla Guardia di finanza e dagli stessi poliziotti. In ufficio sono stati trovati un fermacarte con impresso il fascio littorio, un cartello con la scritta “Ufficio epurazione” (anziché immigrazione) accompagnato dal volto di Benito Mussolini, una vecchia sciabola e alcuni proiettili non autorizzati rispetto alla dotazione della sua arma da fuoco. Ma lo stesso funzionario, in casa, custodiva testi antisemiti come “La difesa della razza” di Julius Evola e “Mein Kampf” di Adolf Hitler, oltre ad un poster del Duce. Ad un mese di distanza dalla morte in cella di Alina emergono quindi anche le passioni personali del dirigente della Polizia di Stato.
ALINA, che aveva già tentato il suicidio in carcere, soffriva di depressione ed è morta agonizzante in quella cella. Secondo la stessa Procura, ci sarebbero altri fascicoli aperti su alcune detenzioni sospette e fatte senza alcuna copertura giudiziar ia. Il Procuratore capo di Trieste Michele Dalla Costa, in un’i ntervista rilasciata a Il Piccolo, ha detto di voler andare fino in fondo, anche sulla questione degli stranieri detenuti illegalmente – senza un provvedimento amministrativo o penale – nelle stanze del commissariato. Sarebbero infatti diverse decine i casi riscontrati nello scorso mese di aprile. Alina era stata arrestata dalla polizia di Gorizia per favoreggiamento della prostituzione e associazione a delinquere e aveva patteggiato. Di origine ucraina, la giovane donna è riuscita ad ammazzarsi nonostante l’impianto di telesorveglianza che in seguito al suicidio è stato sequestrato. Da allora non se ne era saputo più nulla, salvo l’i nterrogazione presentata al presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Roberto Tondo, da parte dei consiglieri di Rifondazione Comunista Igor Kocijancic e Roberto Antonaz.
Nel documento veniva espressamente chiesto se durante il trattenimento fossero state “messe in atto tutte le misure atte ad evitare atti di autolesionismo da parte di una donna segnalata come soggetto a rischio ”. Pare infatti che la giovane donna avesse manifestato il timore di incorrere in gravi pericoli una volta rientrata in patria. Per il legale di Biffi la perquisizione “è un fatto dovuto a seguito dell’iscr izione nel registro degli indagati. Il dottor Biffi è assolutamente sereno avendo rispettato nell’e s e rc izio delle proprie funzioni quanto di dovere”. L’ Associazione nazionale funzionari di polizia ha espresso “solidarietà” a Biffi invitando la stampa a non associarlo all’estrema destra.
Eli. Reg.
Il commissariato degli orrori. Targa nazi sulla porta: Ufficio epurazioni. Sequestri e violenze su 50 immigrati
di Cinzia Gubbini da il Manifesto
Il misterioso suicidio di una donna ucraina in un commissariato svela un nucleo di poliziotti neofascisti. A guidarli il vicequestore Baffi, accusato di omicidio. Ed è ancora lì
Il fermacarte di Mussolini. Dietro la scrivania una targa con su scritto «Ufficio epurazione», sberleffo della dizione ufficiale dell’ufficio che dirige, quello dell’«immigrazione» a Trieste. E a casa un vero «arsenale» di testi antisemiti, tra cui spicca il classico «Mein Kampf» ma anche il libro per veri "intenditori": «Come riconoscere un ebreo». Carlo Baffi, dirigente della questura triestina, è ora indagato per sequestro di persona e omicidio colposo. A scoperchiare il pentolone su come funzionasse il commissariato di villa Opicina il suicidio di una giovane ragazza ucraina avvenuto proprio nelle stanze della polizia. Dalle indagini sulla vicenda, condotte dal pm Massimo De Bortoli, stanno emergendo filoni più ampi.
La Procura è interessata soprattutto a capire quale fosse la prassi seguita dalla questura nei confronti dei migranti privi di permesso di soggiorno, ma privi anche di un decreto prefettizio che ne stabilisse la reclusione in un Centro di espulsione. Sta emergendo infatti che l’ufficio di Baffi ritenesse la legge insufficiente, e si organizzasse di conseguenza, rinchiudendo in questura gli immigrati in attesa della decisione del prefetto. Si chiama sequestro di persona, che è infatti uno dei reati contestati dal pm al vicequestore che dovrà rispondere davanti a un giudice anche della morte di Alina. Il procuratore capo, MicheleDalla Costa, parlando con Il Piccolo di Trieste ha lasciato intendere che presto potrebbero esserci altri indagati. Di fronte a un fatto così grave la reazione dell’Associazione nazionale funzionari di polizia è quasi divertente: «A casa di Baffi sono stati trovati anche testi di Marx e sulla storia del movimento operaio», è normale, scrive l’Anfp «che un poliziotto che ha lavorato alla Digos legga testi che vanno dall’estremadestra all’estrema sinistra”. Insomma, Baffi sarebbe un intellettuale.
Ieri in città, a piazza della Borsa, si sono radunate duecento persone in un sit in promosso dalle forze democratiche della città – Arci Occupy Trieste, centri sociali, studenti, a cui hanno aderito Rifondazione e Sel. Hanno chiesto l’immediata sospensione di Baffi ma anche le dimissioni del questore «che non poteva essere all’oscuro né delle simpatie fasciste di Baffi, né di come operava quell’ufficio», dice Luca Tornatore dei centro sociali del nord est. La Procura ha sequestrato i fascicoli relativi a 49 immigrati detenuti da agosto ad aprile nel commissariato di villa Opicina per capire se avrebbero dovuto stare lì o no. Un posto non molto bello in cui passare le giornate, visto che la storia di Alina denuncia un totale abbandono delle persone recluse. La ragazza, che si è stretta un cappio intorno al collo formato con il cordoncino della sua felpa la mattina del 16 aprile, e si è impiccata alla finestra della stanza a un metro e mezzo da terra, avrebbe avuto 40minuti di agonia. Su di lei era puntata una telecamera di sorveglianza. Ma pare che in quella stanza i poliziotti siano entrati solo per comunicarle che era arrivato il fax del prefetto: destinazione Cie di Bologna. Sicuramente non il posto in cui si aspettava di andare, dopo dieci mesi di carcere.
La storia di Alina la racconta il suo avvocato, Sergio Mameli, che ora rappresenta la mamma e la sorella e ha depositato una memoria difensiva sulla vicenda: «Alina era implicata in un processo molto complesso di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il suo era un ruolomarginale – diceMameli – sul suo conto erano passati alcuni soldi. Io mi sono fatto l’idea che lei non ne sapesse nulla: era la fidanzata di uno degli indagati, ha fatto un favore. Dunque non si spiegava perché dovesse stare in carcere. Negli ultimi tempi era nervosa, voleva uscire, aveva già tentato il suicidio e aveva delle evidentissime suture sul braccio sinistro. Per questo abbiamodeciso di patteggiare». E’ il 13 aprile. Il giorno dopo, sabato, Mameli la va a trovare in carcere: «Oggi ti liberano », le dice. Lei è contenta. Sa che verrà espulsa,ma pensa di avere almeno un week end per sé, fino a lunedì. Invece no: a prelevarla arriva una volante inviata da Baffi. Non fosse mai che una clandestina giri in città. La mattina del 16 Alina chiama alle 10 allo studio dell’avvocato, che non c’è. Lui richiama alle 11,30: Alina è già morta. Il consigliere regionale di Rifondazione Roberto Antonaz aveva già presentato un’interrogazione sulla morte e ora dice. «Sono allibito.Non è possibile che nessuno dei dirigenti della questura sapesse».

