La Grande crisi compie cinque anni: fu allarme in Europa e scoppiò la bomba Usa

di Massimo Degli Esposti da Il Giorno

IL COLOSSO francese Bnp Paribas convoca una conferenza stampa per annunciare il congelamento di tre dei suoi fondi, per un totale di 1,6 miliardi di euro. Lo stesso giorno la tedesca Westlb congela il fondo Mellon e ammetterà poi perdite per 116 milioni. Anche Commerzbank dice di aver perso sui derivati 291 milioni nei primi 9 mesi dell’anno e Nibc Bank altri 137 milioni, mentre Axa, la maggiore assicurazione francese, dice di avere un «basso» rischio sui derivati ma si scoprirà poi essere esposta per 2,3 miliardi di euro. Intanto il tasso dei prestiti interbancari europeo, il Libor, schizza dal 5,35 al 5,86% toccando il massimo dal 2001. Suona il campanello d’allarme la Bce che rifinanzia al volo il sistema per 95 miliardi (la Fed Usa seguirà con altri 38 miliardi di dollari) e commenta, col suo solito aplomb: «Il mercato mondiale dei prestiti a elevata leva finanziaria (i derivati n.d.r.), ivi compreso un ampio sergmento europeo, mostra alcune analogie con il mercato statunitense dei mutui ipotecari di qualità non primaria (subprime n.d.r.), che potrebbe dar adito a timori nel caso di una svolta avversa del ciclo creditizio». Mai previsione fu più azzeccata.

IL GIORNO in cui avvenne tutto ciò, esattamente il 9 agosto del 2007, ebbe inizio infatti la grande crisi mondiale; quella che ancor oggi, a cinque anni di distanza, attanaglia tutto il globo. Pochi giorni dopo, a metà settembre, tutti vedemmo in tv le file di risparmiatori agli sportelli dell’inglese Northern Rock ormai al crac. Nei successivi cinque anni la crisi ha assunto mutevoli sembianze: dai subprime è arrivata a contagiare il debito sovrano dei paesi periferici d’Europa e l’euro, passando per la doppia recessione, il crollo delle Borse, i crac bancari a ripetizione fino alla paralisi nel sistema creditizio internazionale. Ora tutti lo sappiamo. Ma a quel tempo ci volle il fallimento di un’icona bancaria come Lehman Brother’s — un anno dopo, il 15 settembre del 2008 — per portare la crisi alla ribalta globale, dentro le case e nelle tasche di tutti noi. In realtà i segnali di quel che sarebbe successo erano già evidenti all’inizio del 2007 con i primi scricchiolii di alcuni piccoli istituti di credito immobiliare americani, culminati l’anno successivo con il salvataggio pubblico dei due colossi dei mutui, ormai insolventi, Fannie Mae e Freddie Mac. Nessuno, però, volle vederli.
Ma forse la crisi era iniziata molto, ma molto prima. E’ la tesi del docente del Politecnico Fabio Sdogati, il più immaginifico degli economisti italiani, quando afferma che «da sessant’anni la finanza, cioè le banche, vogliono accaparrarsi la fetta maggiore della ricchezza mondiale». A inizio secolo, del resto, ne controllavano appena il 4-5%, e oggi quasi la metà. «Ne vorrebbero di più ancora — continua il docente — e infatti stanno lì, gonfie di liquidità che non immettono nell’economia, aspettando di accaparrarsi tutto ciò che gli Stati saranno costretti a dismettere per rientrare dei debiti. Ne faranno poi puro business, dalla sanità, alla scuola, alla previdenza». Sdogati vorrebbe un diverso finale di partita, cioè vincoli e regole stringenti che riportino il moloch finanziario negli argini di un mercato trasparente, la cui funzione è intermediare e allocare le risorse per finanziare l’economia; debito pubblico compreso che a quel punto si affrancherebbe dal cappio dello spread e «dall’assurdo vincolo del pareggio di bilancio». Ma quanti anni ci vorranno anche, pur ammettendo che la politica se ne faccia carico?

INTANTO la crisi divora lavoro, ricchezza, Pil e aziende. Il Fmi calcolò in 4.100 miliardi di dollari (quasi due volte il Pil italiano) il «buco» che la crisi dei derivati ha aperto nei bilanci bancari. Ricchezza «di carta», mai prodotta e ora sparita. Ma nel frattempo quel buco ha contagiato Borse, bilanci pubblici, aziende private e bilanci familiari, costringendo tutti a stringere la cinghia per rientrare precipitosamente dall’eccesso di debito. Si parla di 40 mila miliardi di dollari in questi anni («deleverage» in gergo tecnico), che è l’equivalente di tutta la ricchezza prodotta nel 2011 da Usa, Europa Cina e Giappone messi assieme.