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Edilizia e trasporti i settori più colpiti
di Massimo Degli Esposti da Il Giorno
MILANO - LA MALATTIA delle imprese italiane l’ha diagnosticata la Banca centrale europea segnalando un «crescente rischio di insolvenza».
Cerved Goup, però, ne ha anche misurato la febbre. Che è altissima, addirittura superiore a quella registrata nell’anno peggiore della crisi, il 2009, ed è destinata a salire ancora nei prossimi due anni. Secondo quel che Cerved legge nel suo ‘termometro’, il CeGri, che è un indice ricavato dall’analisi di 2 milioni di dati di bilancio di 128 mila aziende italiane, su una scala da 1 a 100 siamo oggi attorno a livello 76 e lì resteremo inchiodati fino al 2014.
SIGNIFICA che il sistema è nel suo insieme sotto stress e lo scenario generale non permetterà di uscirne. Le aziende più deboli non ce la faranno e assisteremo a un nuovo round di ‘morti’. Del resto i fallimenti hanno ripreso ad aumentare già nell’ultimo scorcio dell’anno scorso, portando il totale a quota 12mila, contro 11 mila del 2010 (+7,4%). Nel primo trimestre di quest’anno hanno già superato i 3.500 il che ci proietta verso il record assoluto da quando, nel 2006, fu rivista la legge fallimentare.
L’INDICE CEGRI indica nei settori delle costruzioni e dei mezzi di trasporto quelli con le maggiori prospettive di insolvenza, nelle medie e piccole imprese i soggetti più fragili, soprattutto se focalizzate solo sul mercato interno. Infine è nel Mezzogiorno che si concentrano i maggiori rischi. Debolezza dei consumi e stretta creditizia sono gli elementi che continuano a fare da detonatore alla crisi. Ciò determina un aumento esponenziale delle imprese con margine operativo lordo negativo e comunque insufficiente a coprire gli oneri finanziari dovuti all’alto indebitamento bancario.
Interessante però è la simulazione di Cerved Group sugli effetti che avrebbe il rafforzamento del capitale di rischio delle aziende. Se tutto il sistema, infatti, beneficiasse di una ricapitalizzazione del 20% (ma dovrebbero essere gli imprenditori a metter mano al portafoglio) la leva, cioè il tasso di indebitamento, passerebbe dall’attuale livello di 2,34 a 2,15 l’anno prossimo. In assenza di interventi, viceversa, questo valore salirà l’anno prossimo a 2,54 per effetto degli alti tassi di interesse e dell’aumento del debito _ facendo scendere di 8 punti l’indice che misura il rischio di insolvenza. Ne trarrebbero beneficio anche le banche che potrebbero diminuire del 9,4% l’assorbimento di capitale. In termini assoluti, si tratterebbe di immettere nelle società italiane risorse per 25 miliardi, liberando 5,4 miliardi all’anno di liquidità bancaria da reimmettere nel credito.

