Giussano - Un altro pentito in Brianza fa arrestare 16 persone e svela la Faida dei Boschi

Micheal Panajia era il capo della società di Giussano

di Stefania Totaro da Il Giorno

— GIUSSANO —
DOPO il «pentito» Antonino Belnome, decide di collaborare con la Giustizia anche Michael Panajia e si scopre che era il vice di Belnome nella locale di ’ndrangheta di Giussano con la nomina di «capo società». È quello che emerge dall’ultima ordinanza di custodia cautelare del gip del Tribunale di Reggio Calabria Silvana Grasso, che ha portato in carcere 16 persone per la cosiddetta Faida dei Boschi, una guerra a colpi di morti ammazzati che ha insanguinato dal 2009 al 2011 i territori a cavallo delle Serre Vibonesi tra le Province di Vibo Valentia e Reggio Calabria. A svelare i retroscena della faida anche Michael Panajia, che è imputato davanti alla Corte di Assise di Milano di associazione a delinquere di stampo mafioso, armi e dell’omicidio di Carmelo Novella, ucciso a colpi di pistola fuori da un bar di San Vittore Olona il 14 luglio 2008 perché voleva la secessione della ’ndrangheta in Lombardia dalla casa madre in Calabria. Panajia ha confermato di essere stato il killer di Carmelo Novella insieme a Belnome. E, proprio «dimostrando capacità e sangue freddo - si legge nell’ordinanza del Tribunale di Reggio Calabria - si era chiamato il posto a Giussano ed era stato subito nominato capo società». Nato nel 1974 a Stoccarda da genitori calabresi emigranti, da piccolo era tornato a vivere a Placanica nel Reggino. Nel ‘93, dopo il primo arresto per armi, era stato affiliato alla ’ndrangheta nel carcere di Locri con la dote di «sgarro». Ma in pochi anni aveva bruciato le tappe della sua carriera all’interno dell’organizzazione venendo nominato prima «santa», «in onore dei patrioti Mazzini, Garibaldi e Lamarmora» e poi «vangelo», «in onore dei re Magi Gaspare, Melchiorre e Baldassarre». Infine era diventato «capo società» della locale di ’ndrangheta di Giussano, di fatto il braccio destro del capo Antonino Belnome, «con cui si chiamavano fratello».

IL 9 FEBBRAIO scorso Michael Panajia, dalla sua cella nel carcere di Bologna, ha inviato una lettera alla Procura di Milano chiedendo un interrogatorio. Quando è stato sentito, ha dichiarato la sua intenzione di collaborare. «Lo faccio per tutelare la mia famiglia» ha detto ai magistrati, accettando di raccontare 18 anni di ’ndrangheta in Calabria e Brianza. A luglio i suoi interrogatori sono arrivati alla Procura della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria portando all’esecuzione di 16 nuovi arresti. Secondo i pm Panajia è attendibile e conferma le dichiarazioni del «fratello» pentito Antonino Belnome. Ma nell’ordinanza le sue dichiarazioni sono piene di omissis che possono celare nuove eclatanti rivelazioni.
 


Antonio Belnome il primo boss che ha dato l'esempio
di Dario Crippa da Il Giorno
«QUANDO i gestori si girarono per preparare i cappuccini noi ci avvicinammo a Novella e gli sparammo... Panajia gli scaricò il caricatore, tutto il tamburo... poi lui si diresse fuori e io sono rimasto qualche secondo in più e sparai altri tre colpi mentre era a terra». Seduto davanti al Procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini, con queste parole un anno e mezzo fa Antonino Belnome apre un varco in cui si inseriranno come un coltello nel burro inquirenti lombardi e calabresi e che permetterà di far luce su una delle organizzazioni criminali più temibili al mondo, la ’ndrangheta. Ricostruendo il delitto cardine dell’inchiesta Infinito, quello del boss lombardo Carmelo Novella «lo scissionista», Antonino Belnome fa nomi e cognomi. E coinvolge, fra gli altri, quel Michele Panajia che per lui vestiva i panni di fatto di braccio armato. Panajia, tutt’altro che sciocco, mangia la foglia: è così che lo scorso febbraio decide di seguire l’esempio di quello che era il suo capo, il «padrino» della locale di Giussano, Antonino Belnome. E inizia a parlare pure lui, entrando nella schiera dei pentiti, un tempo così risicata nella ’ndrangheta.
La cosiddetta Faida dei Boschi, che per due anni ha seminato almeno una ventina di morti in Calabria, è stata ricostruita così dagli inquirenti grazie anche alle parole dei due pentiti brianzoli. E Belnome, attualmente detenuto in carcere con una condanna a 11 anni e mezzo da scontare, è il grimaldello per entrare nei meccanismi della guerra tra i Sia-Procopio-Novella e i Gallace-Ruga-Metastasio, i due gruppi che spadroneggiano nell’Alto Jonio. Ex calciatore professionista, a 38 anni Belnome aveva già compiuto una scalata vertiginosa ai vertici della ’ndrangheta salendo fino alla dote di «padrino» della locale di Giussano. Arrestato il 13 luglio 2010 al culmine dell’operazione Infinito, Belnome aveva già fatto luce su almeno quattro omicidi e fatto ritrovare il cadavere di Antonio Tedesco detto l’Americano, seppellito nella calce in un maneggio nel Comasco. Ma molto altro è nascosto nelle sue parole e in quelle del suo «fratello» Panajia: sa molte cose Belnome, arrivato dov’era grazie all’appoggio fondamentale («copiata», in gergo) di personaggi del calibro di Vincenzo Gallace e Andrea Ruga, i mammasantissima di Guardavalle e Monasterace. Gallace è già in carcere da due anni. Ruga invece ormai è deceduto. E non per un malore improvviso, come fu detto in un primo momento. Ma, come stabilì un’autopsia chiesta dal Tribunale di Locri, dopo essere stato aggredito, colpito e soffocato da almeno due persone. Una fine ingloriosa per un personaggio che - è agli atti del Parlamento - lavorò da custode al cimitero di Monza come misura alternativa al carcere mentre finiva di scontare una vecchia condanna.