Umbria, 61 arresti: la 'ndrangheta imponeva estorsioni e poi investiva nel fotovoltaico

di Lucio Mussolino da il Fatto quotidiano

L’Umbria come la Calabria. Perugia come Cirò, la cittadina del crotonese dove opera la cosca Farao- Marincola. La paura delle vittime e le angherie della ‘ndrangheta sono le stesse. Così come la capacità di infiltrarsi in un tessuto sociale che ha dimostrato di non avere anticorpi contro il fenomeno mafioso. L’o p e r azione “Quarto passo” è scattata ieri mattina quando i carabinieri del Ros, coordinati dalla Procura di Perugia, hanno arrestato 61 persone accusate di associazione mafiosa, estorsioni, usura, traffico di droga. Un sodalizio criminale composto da calabresi che da oltre un decennio sono radicati in Umbria dove hanno investito in attività commerciali che fungevano da paravento a un vasto giro di usura e di estorsioni. Un territorio, quello umbro – è scritto nell’ordinanza di arresto – “a torto ancora ritenuto ‘isola felice’ e invece in via di progressiva ‘m a f i z z azione’”. A

CHI NON PAGAVA gli veniva incendiata l’auto o distrutto il negozio. Le minacce di morte erano all’ordine del giorno: “Mi hanno detto – confessa ai pm un imprenditore taglieggiato –che era meglio pagare per evitare che potesse accadermi qualcosa di brutto, come succede in Calabria. Chi non si allinea fa una brutta fine, spariscono e nessuno più li ritrova stante che è consuetudine murarli nelle gettate di cemento”. Le imprese di alcune vittime erano diventate una sorta di bancomat e sono fallite a seguito dei continui “prelievi” della cosca: aziende che erano costrette a emettere fatture false per lavori inesistenti in modo da giustificare le estorsioni. Altre società, invece, sono state “cedute” gratuitamente agli uomini del clan. Durante la conferenza stampa, il capo della Dna Franco Roberti ha sottolineato gli interessi della cosca nel settore green economy . I soldi sporchi fatti con la droga e l’usura servivano per acquistare immobili e attività commerciali nei settori dell’intrattenimento e del fotovoltaico. Oltre agli arresti, i carabinieri hanno sequestrato beni per circa 30 milioni di euro fino a ieri in mano a una holding criminale con ramificazioni anche in altre regioni e all’estero. Una holding che ha goduto del silenzio di chi subiva le estorsioni e poi si è ribellato rivolgendosi ai carabinieri. “Denunciare è l’unico modo per permettere a noi di intervenire. - ha aggiunto Roberti - Questo è il segno che in Umbria la ‘ndrangheta non è endemica come in altre regioni”.

IL RIFERIMENTO è alla Calabria dove ieri la polizia ha arrestato 25 persone legate alla cosca Tegano di Archi. L’inchiesta “Il Padrino”, coordinata dal procuratore di Reggio Federico Cafiero De Raho e dal sostituto della Dda Giuseppe Lombardo, ha ricostruito l’organigramma della famiglia mafiosa dopo l’arre - sto, nel 2010, del boss Giovanni Tegano. Nel suo rifugio sono stati trovati i “santini” elettorali di Nino De Gaetano, l’ex consigliere regionale eletto pochi mesi prima con la lista di Rifondazione comunista. Passato al Partito democratico, De Gaetano - che non è indagato nell’inchiesta - non è stato ricandidato alle ultime regionali ma si è comunque impegnato nella campagna elettorale in favore del partito e del neo governatore Mario Oliverio. Tra gli arrestati c’è Giovanni Pellicano, il referente del boss che si era attivato per raccogliere i voti a De Gaetano, il cui genero era il medico di famiglia dei Tegano. “Sul punto sono in corso accertamenti” ha affermato il procuratore De Raho riferendosi a quella che, nel provvedimento di fermo, viene definita “una incresciosa vicenda che squarcia in modo violento alcuni retroscena legati alle discutibili metodologie di appoggio e promozione politico-elettorale adottate in questo capoluogo da esponenti delle cosche mafiose in favore di alcuni candidati in occasione delle amministrative tenute nell’anno 2010”.

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