Mariano Comense - 'Ndrangheta. E il pentito rinnega di essersi pentito: «Querelatemi, vi ho calunniato»

di Cesare Giuzzi da il Corriere della sera del 24/02

Il colpo di scena arriva alla fine dell’udienza nell’aula bunker di piazza Filangieri, davanti al carcere San Vittore. Diego Tripepi, 57 anni, nato a Seminara in provincia di Reggio Calabria, e trasferitosi a Gerenzano in provincia di Varese, si rivolge al giudice Giuseppe Gennari e «chiede di rendere urgenti dichiarazioni spontanee »: «Io sottoscritto Tripepi Diego, in merito alle dichiarazioni rilasciate nel mese di agosto in presenza del pubblico ministero dottor Musso, vorrei dire che le persone citate in quel verbale sono state da me ingiustamente infangate. Non era mia intenzione buttare del fango, quindi chiunque è citato da me in tale verbale ha il diritto a farmi querela contro la mia persona per diffamazione».

Diego Tripepi, solo sei mesi prima, aveva detto di voler collaborare con la giustizia, aveva riempito 269 pagine davanti al pm Marcello Musso, aveva ammesso di aver trafficato cocaina e di averlo fatto insieme agli uomini del clan Muscatello della ‘ndrangheta. Il processo si chiama «Pavone 4» e nasce dall’inchiesta del Ros di Milano che lo scorso luglio avevano eseguito 28 arresti tra Quarto Oggiaro, il Comasco e la provincia di Varese. In quell’indagine Diego Tripepi era accusato di associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. Di fronte a quelle contestazioni «granitiche » Tripepi aveva chiesto di essere ascoltato dal magistrato. L’interrogatorio è dello scorso 22 agosto: «Le forniture di cocaina che acquistavo da Giuseppe Muscatello consistevano in un chilo, due chili, tre chili di cocaina, a seconda di quanto mi serviva...».
E poi ancora: «Dai colombiani abbiamo preso 17 chili. Nocera ne consumava tanta, perché la dava ai marocchini un chilo per volta...».

Tripepi ammette di aver comprato la droga da Giuseppe Muscatello, 53 anni, figlio di Salvatore Muscatello (classe 1934) lo storico capolocale della ‘ndrangheta a Mariano Comense. Il boss verrà arrestato qualche mese dopo nell’operazione «Quadrifoglio» della Direzione distrettuale antimafia di Milano. Un «grande vecchio » delle cosche calabresi tra Milano e Como. Non si tratta di un dettaglio da poco perché testimonia il legame tra i trafficanti di cocaina attivi su Quarto Oggiaro — in particolare gli uomini legati ai Crisafulli — e i clan calabresi radicati da almeno quarant’anni nella provincia di Milano. Tanto che buona parte dei 98 imputati del processo (ancora nelle fasi dell’udienza preliminare) hanno precedenti per mafia o legami con clan ‘ndranghetisti. Per questo il sospetto degli inquirenti è che l’improvvisa ritrattazione di Tripepi sia da imputare alla paura di ritorsioni verso la sua famiglia da parte degli uomini del clan ancora in libertà. Non è però chiaro se l’imputato, rinchiuso nel carcere di Voghera, abbia effettivamente ricevuto minacce. Di certo il suo clamoroso passo indietro ha fatto sobbalzare gli investigatori.

Nella stessa inchiesta altri due imputati hanno chiesto di collaborare con i magistrati. Il primo è Luciano Nocera, altro grande trafficante di droga. L’altro è Alessandro Crisafulli, in carcere da quasi vent’anni, ma accusato di aver organizzato il traffico di droga a Quarto Oggiaro. Crisafulli è il fratello del più noto Biagio, detto Dentino, condannato all’ergastolo alla fine degli anni Novanta. Entrambi hanno già riempito diverse pagine di verbali e nelle prossime udienze saranno ascoltati dal giudice per l’udienza preliminare Giuseppe Gennari. «Ho dichiarato il falso solo perché ero certo di ottenere almeno un mio ricovero in un centro clinico carcerario — ha detto Tripepi —. Era da giorni che mi scoppiava la testa e così mi sono fatto sentire dal pm il quale a mio giudizio mi ha fatto capire che rispondendo a quelle domande magari sarei stato curato, almeno neurologicamente, dato che la mia patologia è neurologa».

In realtà, già durante l’interrogatorio di agosto il pm Musso aveva chiarito che «il diritto alle cure è sancito dalla Costituzione» e nulla può avere a che vedere con le dichiarazioni rese davanti ai magistrati. Tanto che Tripepi, al termine del colloquio, aveva allora chiesto di essere ammesso al programma di protezione per i collaboratori di giustizia. «Chiedo scusa a tutte le persone che ho infangato — ha detto Tripepi durante l’udienza del 16 febbraio scorso davanti a 97 coimputati —, non era mia intenzione buttare del fango: chiunque è citato da me in tale verbale ha il diritto di farmi querela per essere stato calunniato, diffamato».

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