Processo a Benfante per i tre omicidi di Quarto Oggiaro. «Contatti con i clan»

di Cesare Giuzzi da il Corriere della sera del 26/02

Quando Antonino Benfante viene portato in carcere, accusato d’avere ucciso in meno di tre giorni i due fratelli Emanuele e Pasquale Tatone e l’amico Paolo Simone, i poliziotti della Squadra mobile trovano nella sua casa le chiavi di un box che lui, più volte, nega di possedere. Il sospetto è che quel garage si trovi in via Val Lagarina dove pochi giorni dopo i delitti è stato trovato uno scooter compatibile con quello usato dall’assassino. I poliziotti, serratura dopo serratura, scovano il box giusto al civico 42. Dentro ci sono pezzi di motorino e una bandiera rosanero, quella del Palermo. Per quel box, Tonino Benfante (soprannominato proprio Palermo) da due mesi paga un affitto di 100 euro. Il proprietario è Vincenzo Novella, 65 anni, e abita poco lontano in via Lessona. I poliziotti lo sentono come testimone.

Ma Iannuzzo Novella non è un tipo qualsiasi. Pregiudicato per droga e associazione mafiosa è il fratello di Carmelo Novella, il reggente «secessionista» della ‘ndrangheta in Lombardia ucciso nel 2008 su volere del governo delle cosche calabresi. Benfante è in contatto diretto con i Novella, famiglia al vertice delle cosche al Nord, o si tratta solo di una coincidenza? Dalle carte processuali emergono altri contatti tra Benfante, per il quale è iniziato il processo davanti alla Prima Corte d’assise, e boss calabresi. Personaggi di grosso calibro, tra i quali ex responsabili del sequestro Sgarella. Durante le indagini — come ha spiegato in aula il vicequestore a capo della Omicidi, Marco De Nunzio — Benfante «s’è recato più volte nella zona di Casorate Primo e ha incontrato anche i fratelli Giuseppe e Francesco Varacalli ». L’imprenditore Ciccio Varacalli è sposato con una nipote dei fratelli Papalia di Buccinasco, il vertice della cosca di Platì (RC). Secondo gli investigatori quelle trasferte erano legate a traffici di droga (che non riguardano i Varacalli, non indagati).

In base alla ricostruzione dei pm Daniela Cento e Laura Pedio — forti di prove «granitiche »: tabulati, telecamere e la testimonianza dell’ex compagna —, Benfante avrebbe agito per rancori personali verso i Tatone. Vicende vecchie di vent’anni, covate fin dai tempi dell’inchiesta Terra bruciata (‘97). «Benfante è totalmente lontano dagli ambienti della malavita organizzata», dissero gli inquirenti il giorno dell’arresto. Durante l’udienza di ieri il difensore di Benfante ha chiesto conto di due «testimonianze » arrivate alla Procura. La prima è quella del collaboratore di giustizia Carmine Venturino, condannato per il delitto di Lea Garofalo, che ha parlato di due summit. Uno è avvenuto in un bar di Quarto Oggiaro dopo l’assassinio di Francesco Carvelli (agosto ‘07): «Lo zio Mario disse che aveva ricevuto l’ordine dal padre di Francesco, Angelo, di far eliminare i Tatone che riteneva responsabili del delitto». Il secondo si è tenuto nel carcere di Como dove Venturino ne ha parlato con un altro detenuto «legato ai Carvelli ». Sulla circostanza come hanno detto gli investigatori della Mobile in aula «non sono stati fatti altri accertamenti se non l’identificazione delle persone citate dal pentito». C’è poi la testimonianza di un brigadiere dei carabinieri che ha raccontato ai pm di «una fonte confidenziale che aveva legato i delitti di Quarto ad un assassinio avvenuto nel Legnanese». «Un’altra vicenda rimasta lettera morta — accusa il legale Corrado Viazzo —. Perché le indagini sono state a senso unico su Benfante?».

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