Tra Corsico, Buccinasco, Cesano e Trezzano - Voglia di riscatto e vecchi padrini nel quadrilatero dei mafiosi feroci

di Massimo Pisa da la Repubblica

LO STOCCO di Mammola è quello originale, saporito secondo tradizione d’Aspromonte, e lo puoi trovare — dietro ordinazione — tra le “chiacchiere” e le crostatine di Musipane, dove le anziane indugiano su chi deve pagare il caffè davanti al faccione di Maria De Filippi. Ci sono invece gli intrighi di Beautiful in tv al Lyon’s, pranzo completo a dieci euro ma pagamento in contanti: online solo le scommesse sportive. Sorridono al bancone mentre ti danno il resto.

CORDIALITÀ nei locali di Perre e dei Musitano e dei Violi, tra Corsico e Buccinasco, e pure al Piccolo Lord dei Commisso, e nelle pizzerie di Trezzano dove in certe salette riservate, protette in fondo dai vetri, si accede solo su invito. A patto di non sfiorare l’argomento. Il solito. Quello che dagli anni Settanta identifica questo quadrilatero — l’ultimo vertice è la Cesano Boscone dei Muià e dei Madaffari, delle proprietà della famiglia di Pasquale Zappia, l’uomo che venne incoronato capo della “Lombardia” nello storico vertice al circolo “Falcone e Borsellino” di Paderno Dugnano — con la ‘ndrangheta platiota. La più feroce, egemone tra le locali dell’hinterland con i Barbaro- Papalia a comandare su tutti, anche dal carcere.

La più colpita dalle inchieste della Dda, dai sequestri e dalle confische. La più capace di rigenerarsi, da pizzo e droga a locali “puliti”, e ora che «Micu l’Australiano» è tornato — grazie alla Cassazione che ha annullato le sentenze dell’operazione Cerberus — coi figli sulla piazza da dove «Rocco ‘u sparitu» si è appena allontanato. I luoghi dove tornare a inabissarsi sono lì ad aspettarli, e sembrano eterni. Anche quando passano di proprietà, come il distributore di Zappia in via dei Mille a Buccinasco, dirimpettaio del bar Lyon’s. Anche quando restano sulla strada come gusci vuoti, come il mobilificio Mv di Corsico di Bruno Longo e Maria Molluso, base di vertici e strette di mano. O come la discarica abusiva di via Guido Rossa, ancora a Buccinasco, dove i camion delle ‘ndrine vomitavano detriti.

«Ogni mattina arrivavano alle sei — ricorda il sindaco Giambattista Maiorano, allora assessore — abitavo lì e mi svegliavano con quel rumore infernale. Una volta mi misi il cappotto sotto al pigiama e scesi. Volevo prendere la targa, chiedere chi aveva dato loro l’autorizzazione. A momenti mi mettono sotto». Tempi in cui la porta dell’ufficio di Maiorano rischiava di essere sfondata a calci dai Sergi, che non gradivano la trasformazione della villetta confiscata di via Odessa in asilo. Il riutilizzo delle proprietà mafiose è parte cospicua dell’attività dell’amministrazione, anche all’epoca di Loris Cereda, il sindaco spazzato via dall’arresto e successiva condanna per corruzione.

Dei Papalia erano gli appartamenti di via Rosselli (Croce Rossa) e via Don Minzoni (già ostello di rifugiati, ora di sfrattati), al patrimonio stanno per aggiungersi quelli di via Petrarca: accoglierà minori anche da Cesano, Trezzano, Gaggiano. Sul centro culturale di via Bramante, l’ex bar Trevi di altri summit, un poster dell’amministrazione invita a piantare «il seme della legalità». Lo hanno fatto diventare un marchio, «Buccinasco contro le mafie» e una rassegna. La terza edizione partirà venerdì con la proiezione del film di Pif, e poi teatro, giochi con gli scout, concerti, campagna nelle scuole. «Che sono molto attive a collaborare — prosegue Maiorano — ma c’è un problema: i ragazzi non ne parlano, non ne scrivono nei temi, non sembrano interessati. Anche perché qualche ragazzo di quelle famiglie lì frequenta le stesse classi».

Le presenze sono ombre. Rocco Barbaro, il più prestigioso boss in circolazione secondo i rapporti più recenti, venne mandato qui in prova ai servizi sociali nel 2013. Se lo prese prima il parroco, poi il gommista di via Toscanelli, dove «‘u sparitu» passava le mattinate a cavalcioni di una sedia, e comunque oggi se chiedi non sono fatti nostri. «Scrivemmo al ministro Cancellieri — rammenta Maiorano — la risposta fu fredda e burocratica, ma alla fine ha avuto l’obbligo di dimora per cinque anni a Platì». Sono qui, dove un’associazione antiracket deve ancora nascere, e comandano. E minacciano. «Avvertimenti, lettere anonime, inviti a non occuparmi di certe cose», confida Maiorano.

Gli stessi denunciati dal sindaco di Trezzano Fabio Bottero. Gli stessi che riducono al silenzio i commercianti di Corsico. «Si fa grandissima difficoltà a parlarne — denuncia la sindaca Maria Ferrucci — le considerano una tassa in più in cambio di tranquillità. E intanto la ‘ndrangheta agisce e diversifica, il sospetto è che punti su sale giochi e compro oro per la liquidità e sui bar per il controllo del territorio: basta vedere i passaggi di licenze, troppo facili e troppo veloci. Ma se lei chiede in giro, tutti negano, come in Sicilia e in Calabria». Anche di fronte all’evidenza, di fronte a certi nomi. Prendere, per tutte, l’indagine del Nucleo investigativo dei carabinieri che ha inchiodato Rocco Papalia per un omicidio datato 1976, dopo le rivelazioni involontarie dei suoi colonnelli Agostino Catanzariti e Michele Grillo. Per riscontrarle, gli investigatori interrogarono e intercettarono i testimoni dell’epoca, in un rovo di minacce e false dichiarazioni. Anche a distanza di 39 anni. «Questa è gente che ti viene a prendere anche a casa — spiegò uno — io voglio stare tranquillo, non voglio sapere niente, io c’ho una paura della madonna». La stessa di sempre, nel quadrilatero platiota.

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